È un romanzo fiume, di 747 pagine che ho letto in poco più di due giorni.
Da un po' di tempo cercavo qualcosa che parlasse della partizione dell'India, un po' come ha fatto Salman Rushdie nel suo romanzo "Figli della mezzanotte" o Kushwant Sing in "Train to Pakistan". Sfogliando pagine di consigli utili e meno utili sono arrivato anche a Anita Desai, di cui però non avevo mai letto nulla. Per cui sono andato a dare un'occhiata in libreria e prima ancora di arrivare al suo scaffale ho visto tra le novità la mole imponente di questo romanzo. È un'altra epoca, un'altra India, un'altra Desai (la figlia Kiran) e mi ha incuriosito parecchio.
Raccontando di Sonia, Sunny, dei loro parenti, dei loro amori, dei loro amici, Desai parla dell’India di oggi: la sua modernità e il suo legame con il passato coloniale, ma anche delle sue relazioni con l'Occidente e della difficoltà di cercare una nuova vita altrove, in un mondo indubbiamente più ricco, ma del tutto diverso, quasi alieno.
È una scrittura ricca senza essere artefatta. Le parole filtrano attraverso le esperienze della stessa Kiran Desai, nata in India ma poi trasferitasi con la madre in Inghilterra e negli Stati Uniti. Si sta a cavallo di questi mondi molto diversi che il denaro, la fama, il successo vorrebbero rendere compatibili ma che compatibili non sono. Non ancora. Si parla anche di scrittura, di cosa scrivere e perché scrivere. Sonia e Sunny ci provano, si avvicinano al nocciolo della questione e poi se ne allontanano, ognuno a modo suo, attratti e respinti da questa realtà altra, tra finzione e verità, scrittura creativa e giornalismo. Un'eco, questa, delle difficoltà incontrate da Desai con i suoi libri precedenti, con prese di posizione a favore e contro piuttosto vivaci. Anche - e forse soprattutto - quando Sonia si trova confrontata con il suo statuto di scrittrice indiana con l'accusa pressante di obbedire alle attese degli occidentali, di voler fare dell'orientalismo facile, di facciata, molto decorativo all'esterno ma vuoto dentro.
E poi ci sono i luoghi che conosco, che ho visto e fotografato, come Goa, Allahabad, il villaggio nell'Himalaya, Jackson Heights a New York, che allora ho guardato con altri occhi. Quali? Non saprei dirlo, perché la memoria tradisce. Avrei dovuto prendere appunti, come suggerisce Desai, per abituarsi a un pensiero, lasciarlo scorrere, afferrare un dettaglio. Su questi pensieri e dettagli, Desai ha riflettuto a lungo (sono passati vent'anni dal suo ultimo libro). Il libro li affronta tutti. Non li sistema in un unico ordine lineare, li lascia vivere, affrontandoli ogni volta con registri diversi ma uniti da una narrazione che rimane coinvolgente nonostante le variazione nel ritmo e nelle modalità del racconto, tra monologo interiore e saga familiare, tragedia e commedia. D'altronde, come rendere conto in altro modo di un'India moderna, di una famiglia presa nel turbine del cambiamento, proiettata verso la promessa del sogno americano (con le sue bugie e la sua violenza) ma con le radici in una cultura millenaria (conosciuta e dunque rassicurante ma altrettanto dura).
Un libro sull'identità nel quale personalmente mi sono trovato a mio agio e che ho sentito vicino, benché le mie esperienze siano di natura sostanzialmente stanziale. Ma così è quando un libro sa parlare al di là del proprio cerchio di cose e conoscenze. È anche per questo che si cercano libri che parlano d'altro. Volevo capire meglio il terribile periodo della partizione tra India e Pakistan, nell'immediato dopoguerra. Qui ho trovato invece un prolungamento di quella deflagrazione d'identità, che in qualche modo si placa, ma che deve sempre fare i conti con scosse d'assestamento che toccano milioni di persone. È qualcosa che dà i brividi.
Kiran Desai, La solitudine di Sonia e Sunny, Adelphi. 2026
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